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La nuova frontiera di Wikipedia, contenuti a pagamento? Sì, ma solo per i colossi del web

Appena lo scorso gennaio Wikipedia, l’enciclopedia libera, ha compiuto vent’anni. Proprio mentre le autorità antitrust statunitense ed europea prospettano uno “spezzatino” alla galassia dei colossi hi-tech e di internet, la cenerentola del web è entrata nel suo secondo decennio di attività confidando solo sulle donazioni degli utenti e delle organizzazioni, dunque senza l’obbligo di dover fare gli interessi di questo o quell’azionista. Lontana dalle sirene della Borsa, dalle lusinghe della finanza, ancorata al suo statuto di progetto non-profit. Eppure, forse, non basta. La piattaforma sta infatti lavorando a un nuovo servizio a pagamento.

Niente paura: di certo non riguarderà le decine di milioni di utenti (centinaia di scala globale) che ne consultano quotidianamente milioni di voci (1,6 solo per rimanere all’edizione italiana). Piuttosto sarà un’offerta riservata alle aziende e ai grandi gruppi, specialmente dell’economia digitale, che già oggi ne sfruttano le Api gratuite, cioè i protocolli per integrare pagine e informazioni all’interno dei propri servizi. E che potrebbero avere l’interesse a far parte del lavoro proprio alla Wikimedia Foundation, la fondazione californiana che si occupa della parte infrastrutturale della piattaforma per 300 lingue e per diversi altri progetti “wiki”. Avete presente il “box” di Google che appare sulla destra dopo molte ricerche, specialmente quelle più enciclopediche? Oppure, molto più semplicemente, chi pensate che fornisca gran parte delle risposte ai tanti assistenti digitali, da Siri di Apple ad Alexa di Amazon fino all’Assistente di Big G?  Wikipedia, ovviamente.

Ma ora con un servizio su Wired Us la creatura di Jimmy Wales e Larry Sanger, che ha sempre resistito alla tentazione di speculare sul bisogno di conoscenza diffusa, ha spiegato che lancerà Wikimedia Enterprise. E i colloqui iniziali danno l’idea di quelli che potrebbero essere i primi clienti: Google (con cui Wikipedia cresce a braccetto da vent’anni), Amazon, Facebook ed Apple. L’offerta potrebbe essere lanciata alla fine dell’anno e consisterà in nuove opzioni alle società che usano i contenuti dell’enciclopedia con finalità di lucro. In termini tecnici dovrebbe trattarsi di una versione premium delle Api (application programming interface): invece di dover raccogliere i dati dalle singole voci e doverli “ripulire” per adattarli ai propri servizi, i clienti potrebbero ottenere da Wikipedia Enterprise pacchetti di contenuti già pronti, aggiornati e formattati a dovere oppure nuove modalità di pubblicazione, nuovi formati, insomma un arricchimento in termini di elasticità e versatilità delle Api che invece rimarranno gratuite, con un cosiddetto “data dump” bisettimanale. Tradotto: contenuti disponibili più rapidamente e meglio organizzati, senza che quel lavoro debba farlo qualcuno internamente o debba occuparsene un sistema ad hoc.

Gli accordi con i primi, grandi clienti potrebbero essere firmati a giugno: “È la prima volta che la fondazione ha riconosciuto che gli utenti commerciali sono anche essi utenti del nostro servizio – spiega Lane Becker, senior director che si è occupato del progetto con un piccolo team di esperti – sappiamo che sono lì fuori ma non li abbiamo mai trattati come una base di utenti”. Insomma, è il momento di provare a capire se siano disponibili a pagare per un prodotto che, per dimensioni e diffusione, è diventato insostituibile perfino per giganti che sembrerebbero più insostituibili di qualsiasi altra cosa, sul web: Google.

“Tutte le piattaforme hanno dei team dedicati alla gestione dei contenuti da Wikipedia, team molto nutriti – aggiunge Becker a Wired Us, aggiungendo che far parlare i diversi contenuti tra loro richiede “molto lavoro di basso livello, pulizia e gestione, un lavoro molto costoso”. Quel “binario” rimarrà disponibile per tutti gli utenti, inclusi quelli commerciali. Motivo per cui, come fa giustamente notare Lisa Seitz-Gruwell, chief revenue officer della fondazione, il principale concorrente della nuova creatura – che dovrà convincere clienti grandi e piccoli ad acquistare i contenuti organizzati su misura, mettere in piedi un efficiente servizio di assistenza e garantire team per il supporto tecnico di ogni problema – sarà la stessa Wikipedia.

Non solo: Wikipedia Enterprise, almeno stando al progetto per quello che se ne sa al momento, utilizzerà i servizi cloud di Amazon Web Services e non quelli proprietari per gestire i propri contenuti e i propri servizi. Questo proprio per garantire velocità e qualità del servizio superiori per chi pagherà le informazioni meglio organizzate. Un passo mica da poco, per una piattaforma nata e cresciuta sul principio del web libero e per certi versi fra le poche a conservare un certo fascino pionieristico. Ma che d’altronde senza il sostegno di quei giganti a cui ora si rivolge per strutturare meglio le proprie entrate non esisterebbe. In fondo fra i primi risultati delle nostre ricerche su Google c’è sempre una voce di Wikipedia, quando appunto non sia addirittura in risalto in un riguardo dedicato.

Secondo la fondazione, a guadagnarci – soldi a parte – sarebbero entrambe le parti. Enterprise garantirebbe infatti ai clienti le ultime e più aggiornate versioni delle sue voci, intervenendo con più celerità sul vandalismo che non ha mai abbandonato la piattaforma. Ma un rapporto contrattuale riconoscerebbe anche in modo formale che i colossi stanno generando valore da un progetto che rimane fondamentalmente volontaristico (in Italia si contano oltre due milioni di utenti registrati, 9.516 utenti attivi, 113 amministratori) e che “devono quindi restituire a tutti”, come aggiunge Seitz-Gruwell. Senza contare che Wikipedia potrebbe pretendere giuridicamente di essere accreditata in un certo modo e aumentare il suo reclutamento di volontari-autori per irrobustire il lavoro. Insomma, un circolo virtuoso.

Le donazioni, i grant, le offerte da persone in tutto il mondo e da quegli stessi colossi rimarranno la fonte principale del bilancio della fondazione, che al momento si muove sui 100 milioni di dollari. Ma senz’altro un canale ulteriore e aggiuntivo darebbe ottimi frutti: fornirebbe stabilità alla fondazione e soprattutto consentirebbe di alimentare la diffusione dell’enciclopedia in altre versioni e altre lingue, anche quelle meno parlate dunque con un ruolo culturale importante, e di risolvere alcuni dei problemi strutturali come lo sbilanciamento nelle voci e nelle tematiche affrontate, più volte accusate di essere focalizzate sull’Occidente e di raggiungere un incredibile livello di dettaglio su certi argomenti lasciandone molti altri nella genericità.

Riuscirà l’equilibrismo della “terza via”? Difficile da dire. In particolare, la fondazione che ne orchestra le attività sarà in grado di salvare gli ideali non-profit dell’ispirazione originaria con le sfide che la piattaforma si trova di fronte vent’anni più tardi, lanciandosi in labirinti contrattuali e giuridici con i colossi della tecnologia? E che ne pensa Wales? Da un punto di vista delle risorse, spiega il team di Enterprise in un articolo dedicato e appena pubblicato, “si tratta di rafforzare il movimento per prosperare per i decenni a venire, per resistere a qualsiasi tempesta e per avere davvero una possibilità di raggiungere la missione concepita per la prima volta 20 anni fa. Avremo bisogno di più risorse, più partner e più alleati se vogliamo raggiungere gli obiettivi impliciti nella nostra dichiarazione di visione e nella direzione strategica per il 2030. La chiave sarà assicurarsi che il supporto sia diversificato, illimitato e privo di qualsiasi influenza diretta sul programma. Ecco perché è importante assicurarsi che il movimento possa sostenersi sia ora che in futuro”.

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